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Vino ed emigrazione, studio su vitigni italiani nel mondo

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vino-emigrazione-marcopolonewsC’è uno stretto legame tra l’emigrazione e i vitigni del Belpaese nel mondo. Insomma, italiani con la valigia di cartone, ma i tralci e le talee di vite ben saldi sotto il braccio: questa infatti è l’immagine che restituisce la ricerca coordinata dall’Università La Sapienza di Roma, dalla Fondazione Migrantes e dalla Società Geografica Italiana, e che si è proposta di tracciare la strada e l’influenza sul paesaggio dei vitigni nostrani portati dagli emigranti in giro per il mondo.

Una ricerca che si è spostata in 19 Paesi, dall’America all’Africa, dall’Australia alla più vicina Europa, raccogliendo storie, testimonianze e immagini di un percorso eno-culturale ampio e variegato. Lo studio è ora diventato un libro, “Nel solco degli emigranti. I vitigni italiani alla conquista del mondo”, a cura di Flavia Cristaldi e Delfina Licata; ed. Bruno Mondadori, 2015, in uscita in questi giorni e presentato al Museo della Emigrazione italiana al Vittoriano di Roma, accompagnato da un allestimento temporaneo di fotografie d’ epoca. Le storie e gli aneddoti che si intrecciano sono tra i più vari: dalle donne che mimetizzavano i tralci nelle gabbie delle galline per superare i controlli in Tunisia, dove era forte la resistenza francese ad avere concorrenza in materia enologica, alle pergole fatte dai connazionali coi tubi del gas dismessi nella città di Toronto e al ruolo inedito dei missionari come divulgatori del sapere vinicolo, indotti dalla necessità di celebrare messa e confezionare vino in ogni dove.

Portare un tralcio di vite dall’Italia ha significato portare con sé la propria cultura e la propria tradizione, un segno tangibile della identità in un luogo altro.

La ricerca nasce da un’idea di Flavia Cristaldi, docente di geografia delle migrazioni, e si avvale della competenza di geografi, sociologi, agronomi, winemakers, demografi, architetti e giornalisti.

vigneti-emigrazione-marcopolonews“Il nostro obiettivo è stato quello di rintracciare i vitigni italiani sul territorio e considerare gli effetti che la sapienza vitivinicola, partita dalle diverse regioni italiane prima con i sacchi di iuta e le valige di cartone poi, ha depositato sul territorio, sia a livello paesaggistico che architettonico e toponomastico, trasformandolo anche profondamente”, ha spiegato Flavia Cristaldi. “Ad esempio”, ha aggiunto, “nel mio soggiorno in Brasile mi sono imbattuta in una cittadina dove la toponomastica stradale ‘racconta’ la colonizzazione italiana attraverso i nomi dei vitigni arrivati con i migranti già sul finire dell’Ottocento: Rue Uva Italia o Rue Moscato, o ancora Rue Barbera e dove un’improbabile statua del leone di San Marco troneggia nella piazza principale”.

“Rileggere l’emigrazione italiana è ciò di cui si ha maggiormente bisogno, ma bisogna farlo attraverso lenti nuove e prospettive diverse”, ha detto Delfina Licata, “attraverso la riflessione su specifici contesti e sulle attività legate al settore vinicolo abbiamo scelto di raccontare l’emigrazione di ieri e di oggi, i successi e gli insuccessi, le difficoltà superate e i fallimenti dei migranti italiani. E lo abbiamo fatto creando un gruppo di lavoro multidisciplinare che ha messo insieme le proprie specificità lavorando armoniosamente alla pubblicazione di un volume che sia il racconto di un impegno, della tenacia di donne e di uomini, della storia e delle storie personali e delle famiglie italiane , che mossi dalle motivazioni più varie sono partiti alla volta dell’estero portando con loro ciò che di più prezioso avevano, la loro identità e la loro cultura, rappresentata da un tralcio di vite o da conoscenze secolari di come si costruisce un territorio e di come si produce un ottimo vino”.

Ma ancora oggi c’è molto da scoprire e da esportare, come ci mostrano le storie e le foto dei nuovi migranti del vino, come i nostri enologi ricercatissimi in India e in Cina, che stanno contribuendo a diffondere un tratto così identitario della nostra cultura. Affinare il palato di consumatori impensati è la scommessa del futuro, che come è posto in evidenza nella ricerca, giocheranno un ruolo non banale nell’apertura di nuovi mercati.

viticoltura1-marcopolonewsLa presentazione della ricerca è stata aperta dai saluti di monsignor Gian Carlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes; di Sergio Conti, presidente della Società geografica italiana e di Paolo Di Giovine, direttore del dipartimento di Scienze documentarie linguistico, filologiche e geografiche dell’Università La Sapienza di Roma. A commentare il volume sono stati Roberto Cipresso, winemaker di fama mondiale; Luigi Sbarra, della Fondazione Fai-Cisl, e Fabio Porta, presidente del Comitato permanente Italiani nel mondo e Promozione del sistema paese della Camera dei deputati. Ha coordinato Paolo Valentini, editorialista del Corriere della Sera. Le conclusioni sono state affidate all’ambasciatrice Cristina Ravaglia, della Direzione generale per gli italiani all’estero e le politiche migratorie del Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale.

 

 

di Patrizia Tonin

4 Maggio 2015

 

 

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